Pato mette allegria speriamo torni presto
Alla venerabile età di diciotto anni, il bergamasco Alberto Paloschi è la risposta del Milan al brillante Balottelli della Legione Straniera di via Durini (infatti Balottelli ancora non è cittadino italiano, sennò col piffero che Moratti lo faceva giocare).
Premesso che non ho alcun interesse finanziario in questo Paloschi e non siamo neppure lontani parenti, voglio aggiungere ai complimenti un consiglio paterno per la carriera. Si trovi al più presto un soprannome, Alberto, possibilmente di sapore sudamericano, perché altrimenti finirà a giocare nel Lecce, nel Rimini o nei tornei estivi «Bar Pizzeria l´Approdo».
È ora che questi ragazzini italiani imparino dalla fabbrica di calciatori sudamericani. Con la sola eccezione di Pirlo, che ha un cognome che non richiede travestimenti, avere un nomignolo che il marketing possa vendere al pubblico è indispensabile per emergere e per poter restare in serie A e in Champions. Chiamarsi Alberto Paloschi va benissimo per fare il chirurgo, il dirigente d´azienda, l´avvocato, se proprio proprio si vuole anche l´uomo politico, dove stanno senza problemi i Buttiglione e gli Schioppa. Ma non nel calcio. Troppo normale.
Avrebbe mai potuto vincere il Pallone d´Oro un giocatore chiamato Ricardo Izecson dos Santos Leite? Mai, Infatti lo ha vinto Kakà, che è la stessa persona. Dunque perché rendersi la vita difficile, ragazzo mio? Si faccia chiamare Cucù, Zazà, Bobò, Vavà, Didì, Pelè, Rirì, el Gato, el Pantera, el Zorro, el Rato, o anche soltanto el Palo, per fare coppia con Alexandre Rodrigues da Silva, in arte Pato. Suona bene: Palo e Pato questa sera si esibiranno al circo di San Siro.
Mi dia retta, Paloschi, parlo per esperienza. Avrei sicuramente giocato anche io nel Milan accanto a Rivera e Altafini, grazie alla mia classe immensa, se non fossi stato fregato dal cognome che mi ha costretto a fare il giornalista. Non vorrà anche lei, con il suo talento, fare questa brutta fine?
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